sabato 16 aprile 2016

Cronache estremamente sintetiche inerenti un basso di merda.

Il mio elettrauto, Severino, cinquanta chili vestito, tuta blu, baffetto anni '50 e MS accesa tra le labbra sempre, capirai che vuoi che succeda (ogni dieci diagnosi, nove era è 'na quistione de massa e non c'era appello o altro grado di giudizio) me lo disse una volta da ragazzo: "Le màchine ènno come le persone: ce son quìlle che nascono male e non c'è modo de faje niente". Aveva ragione e a tutti, una volta nella vita, capita di imbatterci in qualcosa di simile; chi una persona, chi un'automobile e chi, come me, uno strumento di merda. Perché ormai non mi sento di definirlo in nessun altro modo.
La cronaca assolutamente non distinta dall'opinione, ché son diventato giocoforza fazioso: nel secolo scorso, quando ancora il vecchio conio era in corso, mi capitò di poter vendere e comprare poi co' la giunta un altro basso. Ero reduce da una triste esperienza in uno studio di registrazione vero (su quel banco Vasco Rossi aveva registrato Liberi liberi e Annie Lennox un singolo che nemmeno io ricordo più): io ero orgogliosissimo del mio Ibanez Soundgear 1500 (manico neckthru, o passante, che dir si voglia, in cinque pezzi, wengé, padouk, corpo in mogano, elettronica Bartolini - boh, nemmen ricordo, ché vado a braccio - meccaniche Gotoh, cosa vuoi di più) e quando m'appressai a registrare su quel banco l'amara notizia. Quel basso era un pezzo di legno, ma di sughero: non un'armonica, un cazzo di nota presente, nulla. Dopo un'ora il tecnico, affranto, mormorò: "Suona. Suona qualcosa, tanto è inutile". Registrammo uno schifo e così andò infatti a finire.
Cercai quindi di rivendere quel cesso ché tra l'altro m'aveva fatto patire otto mesi per un cazzo di potenziometro concentrico rotto (il distributore impiegò otto mesi per un cazzo di pot fatto arrivare da non so dove) e, su consiglio di un ottimo amico percussionista mi recai da Navini, Castiglion Fiorentino che, all'epoca, aveva comunque un bel giro di strumenti, nuovi e usati. Beh, per una segata potevo portarmi via lui: un G&L Made in USA a 5 corde! Nuovo, venduto a un prezzo ridicolo: un milione e mezzo delle vecchie lire! Per l'Ibanez, che allora andava forte (non so ancora perché, e perché lo comprai) mi diedero abbastanza e, contento come una Pasqua, andai dal mio liutaio, che per comodità chiamerò A a far immediatamente settare lo strumento. Raggiante gli mostro il basso e già lì la prima sentenza: "Giovanni, questo strumento è tenuto benissimo, ma non è nuovo. Anche la custodia, senza un graffio comunque non è nuova: ora ti ci do un'occhiata". All'apertura del vano cablaggi la seconda: "Ma questo è il basso del Ciucca!". Roberto Tiezzi, bassista di Pupo, all'anagrafe. "Possibile?" dico io. "Certo! La schermatura l'ho fatta io!". Bene, dico io: Roberto è uno maniacale, con molti strumenti, tutti tenuti benissimo (e la cosa avrebbe dovuto insospettirmi, e non poco, uno come lui si vende un G&L statunitense, mah), son stato proprio fortunato (sì, un cazzo, capii dopo). Andando avanti col tempo il basso aveva il manico incurvato e non ci si poteva proprio suonare; mi recai da A che mi disse: "Giovanni, c'è un problema: il trussrod non lavora, non funziona". "E allora che si fa?". "Me lo devi lasciare per un po', purtroppo". Nel giro di due anni io compro un Tribute by G&L (NON SONO AFFATTO UGUALI, memorizzate bene questa frase: NON SONO AFFATTO UGUALI! Il Tribute vale un terzo rispetto all'originale: meglio altro), che poi rivenderò successivamente e poi A mi presta molto gentilmente (nonché gratis, anche grazie ai buoni uffici di sua moglie) un suo basso di liuteria che all'epoca era in conto vendita, basso che mi permette di suonare per le due stagioni successive. Dopo molto tempo A mi chiama per restituirmi il basso e per decenza non dico quale presunto intervento aveva fatto allo strumento (perché col senno di poi mi sono reso conto con mano che era stata una panzana colossale). Non mi fa pagare comunque nulla e mi riprendo un basso praticamente inutilizzabile, buono per farci palestra con le mani.
Dopo qualche tempo A cambia città per lavoro e io mi trovo senza liutaio; ne trovo un altro, che chiamerò B, che abitava a mezz'ora da quella che fino a qualche tempo fa era casa mia. Gli porto questo maledetto pezzo di legno e mi dice lo stesso: trussrod bloccato, manico ingestibile, eccetera. "Vuoi che ti faccia un altro manico?" Probabilmente sarebbe stata la soluzione migliore, sicuramente meno economica ma più efficace, certo, ma io niente, testardo per DNA, opto per un'altra soluzione: rimozione della tastiera (ne venne fatta una nuova perché l'originale, a suo dire, divenne inutilizzabile), posa in opera di un nuovo trussrod e sostituzione della tastiera. Dopo parecchio tempo (suonavo con quella merda del Tribute che, esteticamente, era uguale in tutto e per tutto, ma solo esteticamente!) B mi chiama trionfante: "Adesso hai un superbasso!". Questa frase me la ricorderò anche quando morirò di Alzheimer e ancora mi risuona in testa un po' come una colossale presa in giro. Era trecento euro fa.
Va detto che adesso il basso lo suono molto di rado perché ho cambiato un po' di cose della mia vita e suono la chitarra acustica, questo per onor di cronaca. Transeat: riprendo lo strumento e ci suono un po'. Bisogna riconoscere che l'elettronica dei G&L è un capolavoro: il basso suona bene, maledettamente bene, anzi, benissimo.
Comunque, nel frattempo cambio casa e liutaio, che chiameremo C: il problema, inesorabile, si ripresenta e chiedo a C cosa fare, in virtù del fatto che il trussrod è stato sostituito. C è lapidario: non lavora, non c'è verso. Sono disperato, letteralmente: dopo un altro ennesimo mese, stavolta di navigazione su Ebay, trovo un manico originale Made in USA di un G&L 2500! Mi faccio mandare la matricola, verifico data e luogo di produzione (direttamente dalla pagina FB di G&L che mi risponde dopo qualche ora, a differenza di Aramini, distributore per l'Italia, che dopo una settimana mi dice di contattare G&L, e poi ci chiediamo mai ma 'ndo' cazzo volémo anna'?! Ovviamente io avevo contattato prima G&L perché ero sicuro che sarebbe andata così) e lo ordino: centoottanta euro e il manico arriva in tre giorni tre. Il lunedì successivo C mi chiama e mi dice che anche quel manico ha il trussrod bloccato, anche quello che ho appena acquistato! In alcuni forum scopro l'amara verità: per i bassi G&L questo è un problema abbastanza, se non molto, diffuso e non c'entra un cazzo l'anno di produzione. "Possiamo fare un ultimo tentativo con questo manico nuovo: possiamo lavorarci a caldo e vedere se il trussrod si riprende". Bene, proviamo. Dopo una settimana, l'ultima sentenza: niente, nulla, zero. Non c'è più niente da fare, canticchiava Bobby Solo. "Te lo rimonto, così magari puoi almeno provare a vedere se suonarci o anche venderlo".
GAME OVER.

giovedì 26 novembre 2015

C'era il sole stamani a Calenzano.

E tranquillo qui, c'è pace. Anche oggi è una bella giornata: certo, ad aprile era più sereno e il clima più mite. Non puoi aspettarti lo stesso il ventisei di novembre: nuvole rapide in cielo e un vento teso ti tengono sveglio e ti ricordano che sì, tra un mese preciso è Natale. Natale, anche quest'anno. No, quest'anno no, non sarà Natale: almeno non quest'anno. Mi aspettavo, ci aspettavamo di passare un altro anno, che so, almeno un altro anno insieme, purtroppo da soli: Rubino se n'era andato il 14 aprile, accompagnato sul ponte dopo un cancro al fegato che aveva provocato liquido nella pleura, liquido faticosamente estratto e che ogni volta diventava impietosamente più rosso. Cancro al fegato, ma com'è possibile? Che ignorante che sono, il cancro ora è un privilegio anche dei nostri amici, dei nostri compagni, che possono anche loro serenamente morire di questo male stronzo e bastardo che ti porta via la vita goccia dopo goccia, gutta cavat lapidem, e a te t'aveva scavato impietoso come solo il cancro può: da quasi cinque chili non ne eri arrivato a pesare due e ti si vedevano costole e colonna vertebrale. Cachettico, così recitano i dottissimi manuali di veterinaria. Quel mercoledì quindi avevamo preso la decisione, ponderando, arrovellandosi, facendo a pugni col raziocinio e il sentimento e dopo mesi e l'ennesima crisi c'eravamo arresi.
Con te no, microminigatìna (è così che ti chiamavo io, Priscilla): eri un batuffolino da piccola e poco poi eri cresciuta. Due chili ti facevano sembrare eternamente un cucciolino, un aggeggino, un cosìno e invece no, macché: ha otto anni, nove, quattordici, ma dai? Non si direbbe! Lei sempre abbracciata a Rubino, il suo fratello-padre (le strane dinamiche dei gatti - tranquilli, a otto anni non può nulla, dicevano, e lui già birbone - lo avevano portato a coprire la madre, la bizzosissima Sofia e poi chiudi la stalla quando son scappati i buoi, eh eh. La Sofia, che aveva distribuito bene il suo DNA, la mole a Ruby e un po' del suo caratteraccio - ma poco - a Priscy), col quale sì, ci scappava la sana zuffa, poi tutti e due a mangiare dalla stessa ciotola, bere la stessa acqua e dividersi lo stesso yogurt. Dal 14 aprile Priscilla era rimasta sola, e noi con lei, con quell'infinito struggimento e dolore al quale comunque non ti rassegni mai: il cesto che si contendevano (era di lui, ma lei lo cacciava con tecnica sopraffina, salvo andarsene dopo cinque minuti a conquista avvenuta, la dispettosona) era vuoto, ché lei non c'era tornata mai più a dormire né men che meno a riposare e lei, gli ultimi tempi, dormiva invece sul puff, come lui e come lui s'era remotamente adattata. Qualche mattina la ritrovai a dormire sul lettone, guarda tu, come Ruby, quando c'era lui non gli sarebbe mai passato per l'anticamera del cervello, saliva sulla sedia sempre come lui, ma guarda che strani sono i gatti.
E poi l'altro ieri, la telefonata da casa, io ero fuori a far che nemmeno lo so, stupida la vita a volte, la stiamo portando al pronto soccorso, è paralizzata dalla vita in giù, come? Cosa? E via di corsa, come l'altra volta, come l'ultima crisi di Ruby, ma adesso che succede? L'ho lasciata stamani sull'altro cestino che dormiva, l'avevo salutata (poi i mille dubbi di quando pensi di non aver fatto mai abbastanza). Lucia, la veterinaria, la dottoressa, l'amica sempre presente, bravissima e dolcissima, è chiara: tromboembolia ed è molto, molto grave. Il minimo che ci si può aspettare è la paralisi degli arti inferiori. Un esame fatto di lì a poco non conferma né smentisce, ché non si vede un cazzo, maledizione, e poi le zampine posteriori non sono irrigidite, ma flosce, come quelle di una marionetta. Avranno sbagliato? Magari, no? Dobbiamo trattenerla in osservazione, dicono, e ci riserviamo la prognosi, aggiungono: siamo in lacrime e col cuore in gola ma la lasciamo lì, in quella celletta angusta, fredda, senza una copertina, lei che aveva paura di tutto che viene lasciata sola lì per la notte, che torto ci sembra di farti. Ciao Priscy, a domani, fai la brava le diciamo e intanto hai un magone e una fitta al cuore grosso quanto la Terra stessa e già ti metti a piangere.
La mattina dopo, dopo una notte che non dimenticherai, alle otto e mezza, arriviamo da Francesco, il medico di Veterinaria (una persona speciale che dovrebbero incontrare e conoscere tutti coloro che amano gli animali: quando si è un tutt'uno con il proprio lavoro è davvero meraviglioso) e la diagnosi è impietosa: il trombo c'è, eccome e ha preso tutto l'addome, le ha fatto perdere sangue dal retto e le zampe si stanno irrigidendo, segno del mancato afflusso del sangue. Tutto torna.
Aspettiamo. Aspettiamo, e che aspettiamo? Aspettiamo e basta! L'eparina servirà pur a qualcosa? No? Magari Priscilla, tignosina com'è, ce la fa. Deve! Trascorriamo il pomeriggio in attesa tra inutili trambusti poi partiamo, tanto Francesco c'è fino alle cinque e mezza. Arriviamo, parliamo brevemente che tanto non c'è molto da dire: è tutto stazionario, non s'è mosso nulla, lei sembra abbastanza vigile, magari c'è una qualche remotissima speranza. Entriamo, lei è sdraiata, ma sembra abbia ancora gli occhietti vispi o è solo una mia tenera e vana impressione, la accarezziamo, ma sembra non percepirci e sentiamo la sua temperatura più bassa. Però l'hanno coperta con un pile e le hanno messo una traversina, meno male: ha la flebo attaccata e il suo sguardo non riuscirò davvero a dimenticarlo: usciamo a cercare Francesco che nel frattempo segue altri pazienti, risponde al telefono con una calma e professionalità ammirevoli, poi non ricordo più distintamente, ora no. Ricordo solo gli spasmi improvvisi, le zampine, lo stupore di Francesco, l'avevo lasciata che stava tranquilla poco fa! Sembra una crisi epilettica, è terribile vederla così, non si può fare qualcosa? Francesco inietta un sedativo, ma di lì a poco la situazione precipita irrimediabilmente: Priscilla ha le convulsioni ancora più forti, sbava, perde altro sangue, emette dei rantoli che non augureresti di far sentire ad anima viva, saranno altri emboli. Fermiamo questo tormento, adesso! Basta! Basta! Francesco corre a prendere l'Iniezione, con la I maiuscola, quella che restituisce alla piccolina la pace, una volta e per sempre. Un ultimo orribile rantolìo, un altro spasmo di una violenza inaudita, qualche contrazione, una vibrazione di quelle orecchie piccole piccole, che mi divertivo a farle tirare all'indietro quando la carezzavo e poi si strofinava addosso.
È finita.
Adesso è finita.
Ciao Priscilla. Grazie. Grazie per tutti questi giorni insieme. Grazie di tutto. Grazie. Non sarò diventato migliore, certo che no, ma tu hai fatto l'impossibile per me e per noi.
Ora siamo qui, tanto lontani da casa, ed è nuvoloso. C'è sempre tanto vento ed è curiosamente più freddo di stamattina. Ti stiamo accompagnando per l'ultimo viaggio. Adesso va' da Ruby, che ha avuto la pazienza di aspettarti per sette lunghi mesi e mi raccomando, non lo lasciare mai da solo, proprio come facevi qui, sulla Terra. Ti chiedo solo un piccolissimo favore: verresti ogni tanto con Ruby a trovarmi in sogno? Scusami, ma io sto davvero male. Poi magari mi passerà, ma tu vienimi a trovare. Per favore. Fa' buon viaggio adesso, microminigatìna, aggeggino mannaggino, PiscyFiscy, Priscillina, Priscilla. Ciao. Ci conto.

sabato 11 luglio 2015

Smettere di rompersi i coglioni è facile, se sai come farlo.

Parafrasando quel gran genio del mio amico Allen Carr (amico una sega, ma chi lo conosce), è facile fare le cose: basta volerlo. E chiudere con i social network è bello e istruttivo: ti rendi conto che di quelle duemila persone ne conosci sì e no cinquanta, altre non le hai viste mai, altre le hai incontrate una volta e massì, chiediamogli (o chiediamole) l'amicizia (che termine abusato), altre ancora le hai in qualità di amici di amici di amici di questa verga d'Aronne. Poi leggi i commenti (qualcuno, anzi, non sono così pochi) e ti rendi conto che è perfettamente inutile passare da nazigrammar™ o da pedantino di quartiere, o da pacificatore, o da divulgatore a bufala scoprire, senza occuparsi di deliri dittatoriali di qualunque risma. Basta: non ho più tempo e forse ne ho sprecato troppo. Addio: il social network da stalla mi servirà SOLO per i miei eventi. Vaffanculo, merda di un nerd.

martedì 1 ottobre 2013

Cercafase.

Sarebbe gànzo cacciàtti un cercafase nel culo e vede' se s'accende la lampadina, diobérva.

domenica 7 luglio 2013

Della noia, delle virtù migliori.

Sei un'isoieta.

Una battona in disarmo.

Davvero, volevo farti i complimenti. Ridi come l'ultima delle maîtresse all'ennesima barzelletta raccontata dal cliente coglione. E sì che son convinto che la vali una scopata, ma di quelle da fare solo prima dell'anticipo di serie B. Insomma, una di quelle chiavate inutili, per non dire: "Dài, è una tacca in più, infiliamo anche 'sta sbucciacazzi, sperando di non contrarre né blenorragia né altri turpi malanni tosti da debellare".
Cazzo, sei fine come un camion di ghiaia che fa retromarcia in una cristalleria in piena Boemia.